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giovedì, luglio 4

Faithfall



+ Rio Verde, Blackrock, Giugno 2510


Sono quattro. Le schiene addossate alla parete, tra la pietra e la pelle, il coat lercio di sudore, sangue  e sabbia. Tra se stessi e l'inferno, una fragile sfoglia di mattoni.
Jomi è tanto magro che a stento si vede. Il capo piegato tra le ginocchia esausto, i capelli rossi incrostati di schifo, le nocche fasciate, sfasciate,  le vertebre che premono sotto al cappotto. Il fucile verticale, alla spalla, issato come una bandiera senza vento. Immobile. Merry ha le gambe allungate sul pavimento, sui detriti e le piume dei cuscini; il ginocchio a puttane, spappolato da un perforante in cancrena, un sudario sudato copre i tratti castani. Freme di febbre. Lee è in piedi, di fianco alla finestra sfondata, le dita attorno al benson, l'orecchio all'esterno, gli occhi serrati sino a dolere, lo stesso mozzicone spento ficcato in bocca, da ore. Spreme le labbra sulla cicca, sussulta alle voci che si sollevano, inevitabili, dalla strada.
Dalle urla imbottite di sabbia, bava e pugni. Dagli ordini rabbiosi in inglese di Horyzon.
Quartiere dopo quartiere, gli avengers scoperchiano Rio Verde. Artiglieria pesante, massacro celeste. I reattori sono un morso di luce, le fusoliere saette d'acciaio che strappano l'aria fumosa, asmatica della città. Gli angeli chiusi in picchiata fanno questo rumore? Hanno il fascino orribile di creature invincibili. Il rosso del fuoco balena sulle fiancate.
Il distretto di Saint Blas ha accusato la propria ingente dose di benedizioni aria-terra. Il fronte difensivo ha ripiegato sul rione Trafalgar, su cui ora si concentra la pioggia di laser e la grandine di siluri. L'esercito alleato segue l'aviazione alleata, dove l'aviazione è già passata; visita casa per casa, alla ricerca di di uno sfogo qualsiasi per una violenza arroventata in sei mesi di offensiva massacrante. Rio Verde o morte.
Nelle orecchie delle truppe unioniste, rimbomba la maledizione sfacciata, l'anatema incrollabile dei partigiani, dei soldati di Blackrock. Rio Verde ha resistito 193 giorni, ha spezzato migliaia e migliaia di giacche blu, porta per porta, incrocio per incrocio, strada per strada. Per un centimetro, litri di sangue, per ogni metro settanta chili di carne corer. Rio Verde o morte. Quando i marines sfondano le porte macere, tra roghi, caos scheggiato, rovine, mulinelli arroventati, i marines non portano solo le loro divise, casa per casa. Portano il terrore maturato in ore infinite di imboscate notturne, portano la rabbia dei commilitoni uccisi a parsec dalla famiglia, la foga di tornare; ma soprattutto: portano la delusione incredula d'una battaglia che qualcuno, in alto, aveva venduto loro come semplice, ed è stata un massacro tra i canyons. Portano tutto questo. Portano il peggio di sé.
Rio Verde è una città fantasma. Gli uomini al fronte, le donne ed i bambini sfollati. Riempita di partigiani a Gennaio per contrastare l'avanzata delle linee nemiche. Divenuta il simbolo, divenuta il credo. Rio verde o morte.

Non possono uscire. Devono attendere soccorsi. Non hanno altre munizioni che quelle rimaste nelle loro armi. Non hanno cibo, non hanno acqua. Hanno un ferito. Non hanno dormito. Non hanno possibilità. Aspettare. Sperare, in silenzio. Il silenzio della guerra, quell'ammasso di piccoli suoni atroci senza traccia di umanità, in cui si tramuta il silenzio in assenza di silenzio reale.
Uno strillo disperato più forte degli altri fa sussultare Jonas, lo sprofonda nella stoffa ruvida dei pantaloni. Merry geme. Callaghan fissa fuori. Resiste pochi secondi. Gli vibra la faccia angolosa, mentre si aggrappa alla bandana nera legata al collo. Gira la testa, lo guarda.
Bolivar gli da la schiena, ampia, scossa dai respiri affannosi, piegata in un orrore, in una rabbia tanto trasparenti da aggredirti dentro. La testa rasata preme lo stipite della porta, lo preme, lo preme, lo preme con violenza. I denti premono sui denti, la destra aperta preme sul muro. Lee si domanda dove trovi, tutta questa energia per premere e premere. Ha trasportato in spalla Merryweather tutta la notte, tetto dopo tetto, Bolivar. Senza cedere mai. Si fa spesso certe domande, quand'è di fronte a Bolivar.
Bolivar, che saliva le montagne come niente e correva peggio del vento lungo le rive del Mojave.  Che sapeva inseguire un cavallo al galoppo. Bolivar, che perdona lo schiaffo, ma non perdona lo sputo. Nella sinistra, il mauler abbandonato lungo il fianco, il calcio strozzato dentro le unghie spaccate. La croce di Patricia oscilla dal collo teso, pulsante, nell'aria torrida di giugno.
All'esterno, le grida di aiuto diventano grida di agonia. La pressione di Bolivar genera un pugno improvviso, poi un altro pugno, che crepa l'intonaco. Jomi rizza il viso, stremato, esasperato. Lee tenta un passo, la voce rauca. Renee si volta. Gli occhi aperti, il blu fuso nelle lacrime asciutte del furore, della furia nobile dell'animale alla catena. La bocca riarsa, le guance bruciate. I lamenti salgono come fumo oltre i tetti smembrati. Cede di lato, punta lo stivale. Coraggio.
Arma il mauler. Lo schiocco metallico agita le fondamenta della realtà.

- Bolivar, che diavolo...

Renee imbraccia, indietreggia. Le urla lo sconquassano da dentro, nel suono opaco dei roghi in consunzione, delle contraereee in lontananza. Degli ordini macabri in inglese impeccabile.
Lee incalza di nuovo, in un'intimidazione simile alla preghiera. Non è stupito. Non è meravigliato. È al comando:

- Bolivar, ragiona...

Si avvicina, cerca di prenderlo per le spalle. Renee è più alto. Renee è instancabile. Si sottrae, per poco non inciampa.

- Bolivar ascolta

- Lee no.

- Ascoltami.

- Lee...

- Bolivar...

- Lee devo.

- No, tu resti. Aspettiamo i rinforzi... aspettiamo...

- Devo.

- Tu devi...

- Devo andare.

- Renee!

- Devo, devo.

- È finita.

- Io... non...

- morta, lo capisci?
                            (abbiamo perso Lee?)      

- Lasciami.      

- E' GIA' MORTA! E'
                            (abbiamo perso?)

- spostati, Lee

- FINITA!
                            (abbiamo perso...)

-DEVO ANDARE

-BOLIVAR È UN ORDINE, UN FOTTUTISSIMO ORDINE...
                             (abbiamo perso)

- devo... mi dispiace... Call... mi dispiace. Mi dispiace. 

- ... Renee

- ...

- un ordine... ti prego...non...

- ...

Renee lo fissa, indietreggia veloce.
Lee ringhia lungo i gemiti sempre più fiochi. Jonas si copre le orecchie, sino a schiacciarle.
Mi dispiace. Non dovevo lasciarlo succedere. No. Avevo promesso. Mi dispiace Lee, mi dispiace Jon, mi dispiace Eve... Clem, Pat. 
Si butta sui gradini. 

Abbiamo perso. 
Abbiamo perso la guerra.

Bolivar lo sa, d'improvviso; una rivelazione. Brilla buia come la pulsazione di milioni di nane nere. Nel caos che non ode, nel sangue che cavalca, nelle parole di Callaghan che non sente più, negli strattoni, nell'ovatta della coscienza. Nella donna che muore con i ricci sullo sterrato.

In tutte queste cose, abbiamo perso la guerra.

Sta già scendendo le scale, s'avvicina al nucleo del suono, traversa la sabbia che intride l'aria bollente. La spalla destra sbatacchia contro la parete, una nebbia stremata invade la mente.

Non stai andando lì per salvarla. No. Non è questo che vuoi, non è questo che senti. Avete perso la guerra, abbiamo perso la guerra. Rio verde cade a pezzi, Blackrock capitolerà. Quattro anni di questa lottta, quattro anni ad ingoiare la sabbia, ad ingollare il sangue, il piombo, quattro anni senza cedere, senza smettere di credere. Quanti assalti? Quanti agguati? Quante posizioni tenute? Quanti compagni? Quante miglia di artiglieria avversa traversate dietro la canna d'un mitragliatore ed una croce di qualche pollice? Quattro anni della tua esistenza e questa guerra. Apache. Non stai andando lì per salvarla. Non è salvezza che cerchi, Bolivar. Centonovantatre giorni inutili. 

Renee impatta malamente sul muro, consumate le scale. Il braccio si sfracella sul legno. Il legno lo respinge. Un bagliore mordace, candido, ritagliato oltre la porta gli strazia lo stomaco, gli spreme un acido nauseante tra lo sterno e la gola. Si mette in equilibrio, punta la canna in avanti. Le ombre, distingue le ombre nella luce. Le ombre prima nere. Poi blu.

Avete perso. Non c'è nulla da fare. Blackrock capitolerà, Blackrock abbasserà la testa, giungerà i polsi, poserà le ginocchia nel fango. Loro sono più forti. Loro vinceranno sempre. Non c'è giustizia, la giustizia che premia gli uomini coraggiosi, gli uomini senza paura, col cuore in canna. Loro sono più forti e vinceranno sempre. Hai perso la guerra. Hai perso Blackrock. Hai perso Rio Verde. Centonovantatre giorni e quattro anni. 
Rio Verde o Morte. 

Rio verde o morte. 
Traversa la linea. Allo coperto, emerge dall'edificio di corsa, senza rendersi conto che sta correndo. Senza aver deciso di correre, di scattare. Sta già scattando. È lì, a dieci, nove, otto metri dagli alleati.  Gli alleati, gli sciacalli assetati che hanno vinto la guerra e inginocchiato il suo paese. Non distingue i volti, non distingue i contorni. La forza fischia nelle orecchie, in esaurimento, in caduta libera. Il mauler scintilla tra le mani, la croce scintilla sul petto.
Oltre la finestra, nella vertigine muta della consapevolezza finale, Callaghan lo fissa. Per la prima volta lo vede gettarsi in mezzo ad una strada, gettarsi in bocca ad un pericolo e quello che pensa non è il solito amore, non è la solita audacia, non è la solita determinazione... quello che pensa è disperazione. È suicidio. Bolivar, l'irriducibile della fede, della speranza, si sta suicidando col fucile in mano.

Poi, Jomi urla.
Sorge dalle proprie dita.
Bestemmia, si alza, annaspa. Impreca. Piange, forse. Arma il benson. Barcolla, gli occhi grigi da volpe consunta, colma di rammarico, colma di odio, di lacrime troppo sincere per non scorticare la sua faccia da bastardo.

- VAFFANCULO BOLIVAR, VAFFANCULO, stronzo idiota del cazzo VAFFANCULO

Caracolla sui gradini gridando il nome di Renee tra un insulto e un singhiozzo rabbioso. Inciampa, sulle proprie suole, si aggrappa alla ringhiera coi nervi, ai nervi coi denti. Scartavetra l'anima alla ricerca di voce. Ride, del riso malato dei dissennati.

- RIO VERDE O MORTE!

Lee è sfinito, finito. Non lo richiama. Lo sente. Strofina la faccia, striscia inesorabilmente lungo la parete; conficca le unghie nei palmi anneriti dal metallo sino a bucarli. Pensa alle sue bambine. Oracle. La casa che ha costruito. Merry agonizzante. Mitchell giù per le scale, Renee giù per la strada. Un tiro spento. Sputa il mozzicone a terra.
Il sapore dei capelli di Miriam.
Inghiotte. Un segno di croce. Le piastrine militari sono al loro posto. Accanto alla foto della moglie.
Sfodera il revolver, gli ultimi cinque colpi.
E spalanca la persiana sfasciata.

Le raffiche del mauler di Bolivar esplodono qualche metro più in basso, tra lo stupore secco, rigido delle giubbe alleate. Renee ne falcia due, forse tre, in un unico, folle, ventaglio di proiettili a ripetizione. Percorre l'intero arco, un'onda agguerrita priva di logica, una bestia ferita priva di scrupolo biologico. Ci scarica tutto se stesso, assieme al caricatore. Rimane col mauler vuoto. Il corpo vuoto, in piedi al centro di Primera Street.
Silenzio.

- RENEE!

Lo scoppio delle pallottole giunge molto prima del dolore. Poi il dolore, quello bruciante, straziante, gli buca le viscere, gli squaglia lo stomaco, gli perfora l'addome. Allarga gli occhi blu verso il cielo violato dai reattori bianchi degli avengers. Diventa bianco tutto, il celeste. Il celeste diventa tutto bianco. Il bianco e il celeste cadono assieme a Bolivar, dentro a Bolivar, passando per lo sguardo che precipita.



sabato, giugno 22

Aramis


+ Deserto Rosso, Sedona Rift, Blackrock, Giugno 2509

«Bolivar... Bolivar è inutile... non ce la fa più.. per amor di Dio...»
Lee ha croste di sete sulle labbra, sulle guance. Il sole gli ha arroventato la pelle, sotto i vestiti intrisi di sale sudato. Tiene un mozzicone tra i denti, per disperazione. Lecca la bocca. Gli occhi sono due fessure tagliate nella faccia di cuoio graffiato. 
Gli occhi di Bolivar no: aperti, grandi, blu sostengono il deserto rosso. Quando li scoperchia sul caposquadra, Lee Callaghan ingoia a secco la ceca determinazione di quello sguardo trasparente. La fame ha consumato i tratti pieni di Renee Bolivar senza incattivirli, li ha induriti senza affilarli; la sete ha asciugato la carne attorno ai muscoli senza strappargli un grammo di forza selvatica. E la guerra, la guerra non gli ha ammazzato l'entusiasmo, non gli ha giustiziato il cuore. La sua, è una purezza troppo intransigente, troppo coraggiosa, per poterla definire ingenuità. 
Sarà per questo che Callaghan esita ad infierire, a ordinare. 
Per questo, o perchè si conoscono sin da bambini. 
Sarà perchè si conoscono fin da bambini che Jomi, trascinando gli stivali sfondati tra i sassi e la sabbia, li raggiunge, bestemmiando, sbraitando, con le lacrime della rabbia nervosa appese agli zigomi. Lacrime solide, calcificate: sono tutti disidratati, come disidratato è Aramis, il fox trotter di Bolivar. 
«PORCO CAZZO, Bolivar! È un fottuto... stramaledetto... cavallo del cazzo! Un cavallo... stiamo crepando tutti di sete, tutti... perchè non vieni ad abbracciare pure me eh, visto che crepo di sete anche io?»
« Mitchell, falla finita, cristo santo, falla finita, datti una calmata »
« Una calmata, Call? UNA CALMATA? Guardalo, sacra vergine, guardalo!»
La mano secca di Jonas 'Jomi' Mitchell punta di slancio irascibile la figura di Renee, impegnato a sorreggere il muso, il collo di Aramis su una spalla tenacemente diritta. Renee non dice nulla; quando soffre si immerge nel silenzio fiero, ma semplice, delle creature impreparate al male intrattabile, al male universale. Non ha bisogno di replicare, replica a furia di azioni; volta la faccia sciupata ad aderire a quella agonizzante di Aramis, spezzato dal deserto, traballante sulle ginocchia tremanti. 
« Bolivar, ascolta... »
« Sei uno stronzo Bolivar, uno stronzo con cervello pieno di mer...»
« Mitchell, levati dalle palle. È un ordine, intesi? In capo alla colonna, subito »
« .... Vaffanculo Lee. Vaffanculo »
Jomi fissa Bolivar con l'odio sofferto del migliore amico; lo sguardo grigio, scostante, strofina contro quello di lui, scavato in un'aggressività buona, leale, trascesa in ostinazione dai quarantacinque gradi della marcia. Jomi lo cerca, gli offre un disprezzo qualsiasi, per scuoterlo; gli crolla la fronte. Ed obbedisce al superiore. 
Rimangono soli, Bolivar e Callaghan.
« Renee... »
Renee inghiotte. Serra le palpebre. Le dita si chiudono sulla criniera del fox trotter. Annuisce, caricando un respiro. Con una cautela commovente abbandona il cavallo; il cavallo capisce, comincia a capire, o forse è solo grato alla terra di poterle cedere addosso. Si accascia, in un rantolo di gambe.
Lee resta immobile, strozza il mozzicone secco. 
Bolivar sfila il benson bollente dalle scapole sporgenti. La medaglietta militare tintinna sulla cinghia. Il metallo arroventato consuma i palmi; non se ne cura. Imbraccia. Apre, chiude. Officia un rituale tragico nella solitudine sincera, alta, del profilo contratto. 
«Renee... posso farlo io. Lascialo fare a me »
Bolivar scuote la testa rasata. Gli fa cenno di allontanarsi. 
Callaghan si allontana. L'ultima cosa che vede è il compagno che si china su Aramis, muso a muso, carezzandogli il manto sauro, il naso pulsante. Volta la schiena.
Dieci passi; un colpo di fucile. 
Quando Bolivar raggiunge il gruppo, non si limita ad affiancarlo; lo supera. Le suole calcano la polvere  infiammata, il mento ispido sollevato. Lee si domanda dove diavolo trovi l'energia per tirare diritto a quel modo nella rena del deserto spietato, dopo due giorni di privazioni, di tappe sfiancate con una truppa di blues alle costole. Forse lo sa. Teme di saperlo. 
« Bolivar ... Bolivar, aspetta... »
« Nessuno aspetta. Dobbiamo dargli dodici miglia a quegli sciacalli assetati. E dargliele prima del tramonto »
Annuncia, la voce calda, decisa, spezzata da qualcosa, qualcosa che nessuno, mai, potrà leggere dentro al volto limpido: oramai è in cima alla fila, dinanzi solo l'orizzonte liquido delle dune.